RECENSIONI IN PARALLELO: THE WICKER MAN - MIDSOMMAR

Entrambi i film mettono in scena lo spostamento di un individuo, o nel caso di Midsommar di un gruppo di persone, dal proprio luogo di provenienza per andare in luoghi ben precisi in cui si trovano di fronte a (ed all’interno di) comunità isolate dalla civiltà; nel caso di The Wicker Man ci troviamo in Scozia negli anni ‘70 mentre nel caso di Midsommar ci troviamo nel nord della Svezia ai giorni nostri.
Sebbene i due film sembrano avere molto in comune, a partire dall’elemento principale ovvero la messa in scena ed il racconto di una cultura differente rispetto a quella del/dei protagonisti attraverso le comunità indicate, con le proprie origini, credenze ed abitudini, fino ad arrivare alla festa di mezza estate, il tutto rappresentato in maniera definita dagli spettatori di entrambi i film “impressionante” o “spaventoso”, possiamo realmente incasellare questi due film nella categoria “film horror”?
L’horror per sua definizione indica “un genere di romanzi, film, o altri tipi di opere che mira a suscitare nel lettore o nello spettatore sentimenti di spavento e orrore”[1]  tramite la messa in scena di azioni ed immagini macabre e raccapriccianti.
The Wicker Man forse tra i due è quello che più si avvicina al genere horror; riesce a trasmettere quella suspense ed angoscia tipica dell’horror, grazie anche ad elementi psichedelici (presenti in diverse forme anche in Midsommar) mentre Midsommar si sposta leggermente oltre, affrontando una questione molto più personale ed introspettiva.
Vediamo in entrambi i film personaggi spaesati e spaventati di fronte ad un primo incontro con queste realtà completamente differenti da quelle a cui sono abituati. In The Wicker Man, di Robin Hardy, il personaggio a spostarsi dalla propria città nei pressi della comunità scozzese ne è solamente uno: un uomo, un poliziotto, che sta semplicemente svolgendo la propria missione nel ricercare una ragazza da poco scomparsa. Null’altro sappiamo di lui né sapremo per tutta la durata del film se non che è profondamente cristiano, mentre in Midsommar, di Ari Aster, il passaggio da una realtà all’altra non è immediato e non è la prima scena che vedremo non appena il film si apre. Il regista ci permette di entrare prima in una dimensione più intima con i personaggi: conosciamo Dani, interpretata da Florence Pugh, il suo rapporto con la famiglia, il lutto appena subito (il suicidio della sorella minore) ed il suo rapporto con Chris, il ragazzo, che a sua volta ha un gruppo di amici che ci vengono mostrati e che fanno parte del racconto. Sono proprio loro a decidere di andare nel nord della Svezia per la scrittura della loro tesi sulla comunità di Harga (e tutti i riti in essa presenti) e sulla festa di mezza estate, che si sarebbe svolta lì.
Dani si aggrega a loro, in seguito, solamente perché Chris non riesce a dirle di no, quasi indesiderata e con un velo di pietà.
Midsommar affronta il tema della perdita, del lutto, della morte, che ritorna ripetutamente quasi come fosse un cerchio infinito. Il regista ci pone di fronte a diverse modalità di approccio con il fenomeno: c’è quello di Dani che si tramuta in trauma, in un’incapacità di andare avanti, che subirà però, più avanti nel film, anche un’evoluzione, mentre dall’altro lato, per la comunità di Harga, vedremo essere quasi una cosa spontanea, di cui si ha anche una certa consapevolezza, una preparazione che precede l’atto. Per loro la morte è un cerchio che si chiude ed apre contemporaneamente: i più anziani si offrono volontari, giunta la loro ora, per compiere un atto che lascerà poi spazio a coloro che verranno dopo di loro, ovvero i più giovani.
Tant’è che quando assistiamo alla scena in cui i due anziani, membri della comunità, si lanciano dal dirupo, gli unici ad essere scossi e spaventati di fronte a ciò che è appena successo, tanto da iniziare a piangere ed implorare a tutti i presenti di smetterla di fare quello a cui stiamo assistendo poiché è una cosa “folle”, sono gli americani.
Vediamo quindi anche una messa in scena delle emozioni, dei sentimenti, che si accavallano tra la gioia iniziale, ammirazione e curiosità ma che si scontrano anche con un senso di inquietudine, rabbia e dispiacere.
Anche in The Wicker Man il poliziotto è l’unico ad essere estraneo e straniato rispetto a ciò che gli accade intorno, infatti a detta sua in quel posto sono tutti pazzi. Durante la visione di entrambi i film potremmo provare un certo fastidio nei confronti di quello che stiamo osservando, potrebbero effettivamente sembrarci tutti folli e quindi empatizzare con i protagonisti. Il fatto che in The Wicker Man l’uomo estraneo al contesto in cui si trova sia soltanto uno forse non è un caso; sembra quasi essere l’occhio (e quindi la personificazione) dello spettatore di fronte a qualcosa che non conosce e che, dunque, trova assurdo, raccapricciante. La prova di quanto detto è visibilmente rintracciabile nel titolo italiano del film di Ari Aster, che viene tradotto come “Il villaggio dei dannati”
In Midsommar, inoltre, oltre ad una mera sensazione e frustrazione per il “non - conosciuto”, l’estraneo, vengono affrontate diverse tematiche, come quella della famiglia.
La comunità di Harga sembra essere un’enorme famiglia, il regista prova a farci fare esperienza di un concetto di famiglia piuttosto differente di quello che, come società occidentale, siamo abituati a conoscere e frequentare: una famiglia in cui non esistono regole ben precise, ma al cui centro c’è la cura dell’altro (inteso proprio come “altro - da - sé”). Viene esplicitamente detto ad un certo punto durante il film da un membro della comunità, una madre, che del figlio si prendono cura un po’ tutti, per cui si innesca una dimensione ed un concetto di famiglia molto più ampio, largo, in cui non importa da dove e da chi provieni ma fai immediatamente parte di una complessità.
Una nuova famiglia anche per Dani, che trova dopo aver perso la sua, in cui era incluso anche il ragazzo, Chris. Una famiglia pronta a starle accanto e a soffrire con lei nei momenti di sofferenza e gioire con lei nei momenti di gioia; lo vediamo perfettamente nella scena di urlo corale verso la fine del film quando Dani scopre che, all’interno della piramide (la stessa a cui verrà dato fuoco) Chris sta facendo sesso con una ragazza della comunità di Harga per fecondarla. Anche le altre ragazze, in crescendo, eseguono lo stesso urlo di Dani, adottando il suo dolore, come per farla sentire più a casa.
In realtà anche se ci soffermiamo sulla scena di sesso stessa possiamo notare una certa collaborazione tra le persone: tutt’attorno alla ragazza sono presenti altre persone della comunità che la spingono, eseguono i suoi stessi movimenti, ed ansimano con lei, quasi come se fosse un atto collettivo e partecipato da tuttə
Potrebbe sembrarci quasi un (vago) richiamo ad un “make kin”[2] (generare parentele) di cui parla Donna Haraway.[3] Quello delle parentele è un terreno molto fertile sul quale innescare ed aprire riflessioni, diversə autorə hanno affrontato la questione come ad esempio “Per farla finita con la famiglia” [4]di Angela Balzano, ed Ari Aster offre un ottimo punto di partenza da cui aprire spunti di riflessione.
Alla fine Dani diventa la regina di Maggio, e sarà lei a decidere chi saranno i prossimi a doversi sacrificare, mentre Christian morirà.
Un’altra cosa in cui i due film differiscono è proprio il finale: tutto ciò non è presente in The Wicker Man, anzi, sarà poi proprio il poliziotto ad essere elemento di sacrificio scelto dalla comunità scozzese, che verrà poi bruciato all’interno della struttura di legno a forma di uomo, insieme a degli animali ed il cui spirito potrà essere usato per coltivare piante.
Prima di arrendersi a quella che ormai è la sua sorte, proprio nel momento in cui la struttura è in fiamme, il poliziotto impreca di smetterla e di farlo uscire di lì dicendo di non “cederlo al nemico, poiché morirà senza peccato”.[5] Il film si chiude quindi con questa grande dichiarazione e convinzione da parte del protagonista iper - credente, e ci lascia con una riflessione circa la questione del peccato, dell’inferno, delle cose nobili e giuste e di quelle scorrette. Probabilmente non è un caso che tutto ciò si manifesti nelle vesti di un poliziotto.
Ari Aster conferma di aver preso elementi da The Wicker Man per poi mettere in scena e dare vita ad una narrazione completamente differente da quella del film precedente. Quello che però è certo, come già detto in precedenza, è che entrambi i film ci mostrano due realtà culturali differenti tra loro, probabilmente spesso nuove per chi osserva, dato che si tratta di film di due registi uno britannico ed uno americano.
E spesso l’occhio di chi osserva può immedesimarsi nei panni dei protagonisti confusi, esterrefatti, estraniati ed orrificati.
Ma cosa succede se si prova a guardare a queste due culture senza occhio di giudizio?

Per affrontare questo discorso può venirci in aiuto l’antropologia, in particolare possiamo servirci delle parole di Franz Boas[6], che diceva che l’occhio è sempre un organo della tradizione, ovvero che i nostri occhi non sono mai puri rispetto ai rapporti di potere che esistono all’interno delle nostre comunità.
Questo cosa vuol dire? Vuol dire che tutto (o gran parte di) ciò che noi facciamo, diciamo, osserviamo, sosteniamo, non sono mai azioni del tutto pure e naturali ma sono sempre, spesso anche inconsciamente, condizionate da tutta una serie di nozioni, concetti e modalità che abbiamo appreso durante il corso della nostra vita all’interno di una società di una determinata cultura. Da qui emerge dunque ciò che sostiene Francesco Faeta, ovvero che  il soggetto vede non quello che la realtà sensibile gli offre allo sguardo ma quello che noi sappiamo, quello che possiamo o vogliamo vedere. Le informazioni che noi acquisiamo attraverso la vista, il nostro senso biologico, le filtriamo e le inseriamo in queste reti di significato, dunque non c’è mai una realtà oggettiva quando ci poniamo di fronte a qualcosa di esterno, diverso, lontano da noi ma è sempre presente una realtà influenzata dalla soggettività e quindi da ciò che la società da sempre impone nelle rappresentazioni culturali. Quando parliamo di informazioni che acquisiamo attraverso la vista e di rappresentazioni culturali, ci riferiamo principalmente alle immagini che possono essere sia la rappresentazione concreta di percezioni visive sia anche le rappresentazioni mentali, individuali e collettive che vanno a costituire i vasti depositi del nostro immaginario.

 

News pubblicata giovedì 13 ottobre 2022